Merito di più. Premiare le qualità è la nuova sfida, possibile per l'ex ministro Damiano

Corriere Nazionale

Venerdì 22 giugno 2012

 

di Elisa Venturi

 

 

Il merito non è più l’unico metro. Per questo ripristinarlo sarebbe una rivoluzione. Non lo è nel lavoro, nell’amministrazione, neppure in famiglia e a scuola, se a “vincere” è chi fa i capricci o il bullo. Pure in amore il “bravo ragazzo” non con-vince più. “La riforma del merito” l’ha chiamata il premier Monti, la volontà di associare valore a carriera e formazione. «La riforma - ha detto - prevederà incentivi per i più meritevoli a scuola, riduzione delle tasse universitarie e un programma di orientamento al lavoro». Al Forum nazionale dei giovani ha promesso «8 miliardi per la lotta alla disoccupazione» per garantire che «non siete soli. Il governo ha il dovere morale e giuridico di sostenere le vostre aspirazioni». Ma a volte neppure il voto si basa sul merito. «Dietro al livello di attività dei dipendenti pubblici ci sono, di sicuro, fattori clientelari, di protezione e corporativismo» dice al nostro giornale Cesare Damiano, partito da impiegato che ha percorso le strade del sindacato fino a diventare, nel secondo Governo Prodi, ministro del Lavoro e della previdenza sociale. «I Partiti dovrebbero fare qualche passo indietro - prosegue l’ex ministro, capogruppo Pd in commissione Lavoro della Camera -. Dovrebbero ricollegarsi alla società, sapersi autoriformare e dare il proprio contributo. Hanno la loro colpa, ma sono una parte del problema. Che va affrontato insieme a lavoratori e sindacalisti, per evitare, insieme, gli abusi». Mentre Damiano era impegnato in Commissione Lavoro, in rete ha esordito http://paemeritocrazia.jimdo.com, a opera dell’associazione Lavoro&Welfare, presieduto proprio dall’onorevole Pd. Con l’intento, spiega l’associazione, di contribuire al dibattito politico e sociale su un tema «troppo spesso oggetto di campagne mediatiche dai toni eccessivamente populistici, che tendono solamente a creare un’immagine distorta del lavoro pubblico e di tutti coloro che operano in questo delicato e importante settore». Uno spazio dedicato anche all’ascolto, anche dei dipendenti pubblici. «Vorremmo ci fossero nuovi criteri di valutazione nel mondo del lavoro e della Pubblica amministrazione in particolare - prosegue Damiano -. Che superino l’anzianità e considerino qualità e volontà di chi si applica con costanza. Nel Privato ci sono già classificazioni in base a premi e risultati che si possono applicare al settore pubblico. Da qui è nato il sito dedicato al merito nella Pa». Di ritorno al merito, in questi giorni, hanno parlato le più alte cariche dello Stato. mentre gli altri ne parlano già da un po’. L’associazione Merito, per esempio, a Genova c’è da cinque anni e raccoglie persone che hanno da 25 anni e fino a 70: per loro il merito non è legato all’età, ma soltanto alle teste e alle qualità personali. L’associazione edita un giornale on line, organizza incontri e attività (in questi giorni è impegnata in un incontro con Roger Abravanel, autore del saggio “Meritocrazia”), si è prodotta persino in qualche azione di disturbo nelle piazze. Oltre ad aver partecipato alle ultime amministrative della Serenissima, a sostegno del senatore Enrico Musso. «Stiamo facendo di tutto per rilanciare la meritocrazia - dice al nostro giornale Maurizio Gregorini, presidente dell’associazione -. Ma c’è una forte resistenza da parte di una certa politica in particolare che rifiuta la differenza sulla base delle capacità. Ultimamente c’è più attenzione sulla questione». Il merito somiglia a qualcosa che gli altri notano che, però, in genere sta bene con la modestia. «Noi non ci definiamo capaci e meritevoli. Vogliamo promuovere il merito, certo, ma questo è l’unico merito che ci riconosciamo. Riteniamo che serva un equilibrio. Per esempio, pensiamo non sia opportuno penalizzare chi non merita, perché si torna a portare squilibrio e siamo convinti che anche chi non se la merita debba avere la sua possibilità». Riguardo al clientelismo, poi, «ha contribuito a strozzare l’Italia, ma non più di corruzione e di un certo modo di agire in politica». Almeno finora. Perché sul merito, il governo tecnico guidato da Monti, ha deciso di imbastire un bel po’ delle sue riforme. Sarà che il Paese è in crisi e il lavoro scarseggia e a cassa integrazione e disoccupazione, si aggiunge lo spettro dei 300mila esuberi nei pubblici uffici. «Pur con le migliori regole, il mercato del lavoro necessita delle spinte di sviluppo e crescita. Il vero problema, oggi, è la produttività che arranca. In questo contesto, ci sforziamo di introdurre la logica del merito e la sana competizione, fermi restando, certo perché quelli non sono in discussione, i diritti di base dei lavoratori. Senza inventarci niente, ma proponendo l’impiego serio di misure già largamente sperimentate, non solo nel Privato».

 



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